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Il significato della relazione terapeutica

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Il significato della relazione terapeutica

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Berne (1966) considera la relazione terapeutica il luogo in cui il paziente presenta le sue passate esperienze in forma codificata al terapeuta, il cui compito è quello di decodificarle, disintossicarle, rettificare le distorsioni e aiutare il paziente a raggruppare di nuovo l’esperienza. Egli così utilizza la sua Teoria degli Stati dell’Io e delle transazioni transferali nella pratica clinica. La relazione terapeutica, quindi, può essere intesa come il rapporto all’interno del quale il cliente o paziente, con l’aiuto del terapeuta, si impegna a mettere in atto il processo di cambiamento desiderato. Oltre che contesto, la relazione terapeutica viene a essere la conditio sine qua non affinché il cliente recuperi la sua autonomia, ovvero, come esplicitato da Berne (1962), le tre capacità di Consapevolezza, Spontaneità e Intimità. Inoltre è utile ricordare come tale relazione sia giocata su due livelli (Tosi, 1991):

  1. Relazione reale nel qui e ora: dunque in prima istanza un rapporto tra due individui che si impegnano, ciascuno con il proprio ruolo e con la propria competenza specifica, a lavorare verso un obiettivo comune;
  2. La relazione nel transfert e controtransfert: rappresenta un valido strumento da usare all’interno del processo terapeutico, per riconoscere le reazioni e l’impatto emotivo del terapeuta sul paziente, ma anche del paziente sul terapeuta, utile a individuare che per individuare i modelli di relazione che egli mette in atto.

Nella mia esperienza come terapeuta do molta rilevanza al rapporto che si instaura tra me e il mio cliente, nella convinzione che ciò sia determinante per la costruzione dell’alleanza terapeutica, attraverso la quale cliente e terapeuta si riconoscono come facenti parte di un processo di cambiamento, nel quale ciascuno riconosce all’altro un ruolo e una competenza specifica in direzione dell’obiettivo dichiarato.

Ciò avviene da parte mia in modo rispettoso e delicato, convinta come sono che la cura è nella relazione (Erskine, 1988). Infatti, a mio avviso, la relazione terapeutica è il palcoscenico sul quale il cliente mette in atto le sue modalità di relazione abituali, comprese quelle disfunzionali per le quali ha deciso di chiedere aiuto. Attraverso la relazione il terapeuta può osservare in vivo i processi messi in atto dal suo cliente, analizzare le sue transazioni abituali, riconoscerle e rimandargliele allo scopo di aiutarlo a consapevolizzarle. Anche il modo in cui egli risponde nella relazione terapeutica costituisce un’occasione di apprendimento nuova per il cliente che ha la possibilità di sperimentarsi in alternative più funzionali per lui, consolidarle in un ambiente protetto come è il setting terapeutico e portarle nella sua vita. Il cliente può mettere in scena, nella relazione terapeutica, scene arcaiche che appartengono al suo copione di vita, ovvero proporre al terapeuta pensieri, comportamenti ed emozioni che appartenevano a persone significative del suo passato.

Rispetto a questo ritengo utili i concetti di transfert e controtransfert come elementi della relazione terapeutica che, se ben utilizzati, possono contribuire a promuovere il cambiamento. Concordo, infatti, con Moiso (1985) secondo il quale il terapeuta, nell’accettare la relazione di transfert, può darsi il permesso di avere un controtransfert e analizzarlo, offrendo al suo cliente la possibilità di configurare la relazione terapeutica come l’esperienza correttiva rispetto a quelle del copione (Moiso, 1987).

In linea con quanto dice Clarkson (1991), utilizzo l’analisi del mio “contro-transfert reattivo”, per avere informazioni su come il paziente possa essere percepito ed esperito dagli altri, stando attenta a non agire il “controtransfert proattivo” (Clarkson, 1991), ponendomi con lui dal mio Stato Adulto.

Ferma restando la parità relazionale tra cliente e terapeuta, come principio filosofico sul quale si fonda la pratica psicoterapeutica dell’analisi transazionale, ritengo che il terapeuta, come esperto nella relazione d’aiuto, abbia competenze specifiche nel promuovere il legame terapeutico, che si concretizzano in abilità tecniche e comunicative che mette in atto durante il colloquio con il suo cliente. Tutto ciò che il terapeuta mette in campo per la costruzione della relazione terapeutica ha lo scopo di favorire un contatto improntato sulla fiducia e basato sulla risonanza empatica.

Personalmente, nella relazione con il mio cliente o paziente tengo presenti e applico le abilità comunicative apprese durante il mio training (Ivey e Ivey, 2003), relative soprattutto all’atteggiamento con il quale mi pongo e che rimando al mio interlocutore. Attribuisco molta importanza all’empatia come modalità di stare in relazione con l’altro, di mettersi nei panni dell’altro e vedere la situazione per come egli la vede e la sente. Attraverso il processo di sintonizzazione (Erskine, 1998), ho percepisco le sensazioni, i bisogni e le emozioni del mio cliente o paziente e gli comunico di tanto in tanto ciò che sento.

Esistono dei presupposti che assicurano al terapeuta un atteggiamento empatico con il suo cliente:

  1. relazionarsi in maniera sincera, genuina e non difensiva (Erskine, 1998);
  2. dimostrarsi con una predisposizione all’accettazione incondizionata con l’altro come persona con una propria dignità, eliminando il giudizio e promuovendo un clima caldo e positivo;
  3. mantenere il focus dell’attenzione sulla comunicazione del cliente, per elaborarla e rispondere sintonizzandosi con le sue modalità.

Durante il colloquio con il mio cliente sono attenta a mantenermi in una posizione di ascolto attivo, con l’attenzione centrata sulla comunicazione del cliente, con apertura, libertà e disponibilità.

Utilizzo le operazioni berniane ad esempio la verbalizzazione per rispecchiare il vissuto esperienziale che il mio cliente porta e la riformulazione come comportamento di supporto verbale, mediante il quale ripropongo all’altro gli aspetti essenziali di quanto ha detto, per assicurarmi di aver compreso e per escludere qualsiasi mio atteggiamento deliberativo o derivante da miei schemi personali (Colasanti, Mastromarino, 1991).

Per promuovere la fiducia della relazione terapeutica utilizzo, laddove lo ritengo opportuno e in maniera circoscritta all’utilità per il cliente, momenti di apertura di me, come modalità relazionale che comunica al mio interlocutore un desiderio di intimità e rafforza il legame che si va instaurando.

Oltre ad un atteggiamento di empatia, credo siano utili per il terapeuta, nella creazione della relazione terapeutica, la creatività e l’intuizione, favorite dall’elaborazione delle resistenze nei confronti di quello specifico cliente, ottenuta durante le ore di supervisione.

Personalmente ho trovato utile a questo scopo il mio percorso di terapia personale, nel quale ho avuto la possibilità di esplorare le mie modalità di stare in relazione e identificare quelle che potrebbero costituire un ostacolo nella mia professione di psicoterapeuta.

Utilizzo, a servizio della relazione terapeutica, il Modello degli Stati dell’Io di Scilligo, non solo a scopo diagnostico, ma anche per avere indicazioni sulla modalità migliore di pormi con lui, osservando come si pone nei miei confronti e offrendogli transazioni a partire da Stati dell’Io complementari ai suoi. In questo modo stimolo il paziente a una ricostruzione del suo mondo interiore in termini di autonomia e dipendenza efficaci.

In conclusione, la relazione terapeutica rappresenta uno strumento a servizio del cambiamento auspicato dal cliente, ed esplicitato nel contratto, nel momento in cui offre un’esperienza di modellamento in cui egli possa apprendere ed esperire un nuovo modo di stare in relazione consapevole, intimo e spontaneo.

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Ciao, mi chiamo Francesca di Sipio e sono l'ideatrice di questo portale web. Sono una psicologa clinica, psicoterapeuta, analista-transazionale ad approccio integrato, psicologa dello sport. Il mio studio è sul territorio di Chieti-Pescara. Mi trovi sui social, sulla mail ma soprattutto al 3477504713

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