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Come nasce una famiglia adottiva? Parte 1

Educazione

Come nasce una famiglia adottiva? Parte 1

La spinta ad adottare (ad: verso, optare: desiderare) implica la scelta come movimento appetitivo verso un bambino che rappresenta una realtà psicofisica già costituita.

«L’adozione mira a procurare una famiglia a un minore in una situazione di abbandono, perché privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori e dei parenti tenuti a provvedervi; il legame di parentela con la famiglia di origine viene definitivamente reciso (sul piano legale) e il minore adottato acquista lo status di figlio a tutti gli effetti: viene equiparato al figlio legittimo ed assume il cognome dei genitori adottivi»[1].

Essere genitori significa trasmettere vita. Può accadere che la coppia si scontri con l’impossibilità di dare vita naturalmente, in senso biologico, comunemente questa condizione si chiama sterilità (impossibilità di fecondazione) o infertilità (impossibilità di portare a termine la gestazione).

Può capitare che sussista comunque un desiderio di genitorialità che nasce da una consapevolezza molto profonda:

la vita può essere data in molti modi.

Essa il più delle volte acquista senso nell’instaurarsi di una relazione sufficientemente buona, con uno sguardo sufficientemente attento e protettivo, da cui il bambino trae esistenza e senso[2].

La psicologia chiama questo processo sintonizzazione[3].

Generalmente la maggioranza delle coppie adottive sceglie questa strada non come prima scelta. L’adozione diventa la soluzione all’impossibilità di avere figli in modo naturale, magari dopo averci provato per anni, senza successo, e anche con terapie contro l’infertilità[1].

Vi sono altresì coppie che scelgono di adottare pur avendo già figli naturali e questa scelta ha ragioni profonde legate ai valori della famiglia stessa.

«La maggior parte delle coppie riflette a lungo prima di decidersi.  Secondo le statistiche dal momento in cui una coppia comincia parlare di adozione alla prima telefonata di contatto trascorre all’incirca un anno. Come un seme, l’idea si annida nella mente di uno o di entrambi i membri della coppia, si sviluppa, cresce, acquista energia.  Si parla. Ci si informa. Questa fase dovrebbe servire per capire che cosa si vuole veramente,  per chiarire a se stessi le proprie motivazioni  e per verificare la disponibilità dei partner»[2].

Inizia così una fase di acquisizione di informazioni nel percorso preadottivo.

Paragonabile alla fase di gestazione, i candidati genitori iniziano a fantasticare su come cambierà la loro vita, se il senso del gesto di adottare per la coppia è riparativo della ferita della sterilità, di mera sostituzione del mezzo attraverso il quale avere dei figli o se questo gesto nasce da un surplus di amore vissuto nella coppia.

In quest’ottica il percorso pre-adottivo, nella sua fase di accertamento di idoneità offre, attraverso lo scambio con psicologi e assistenti sociali e il percorso di formazione, strumenti per comprendere e leggere il variegato e complesso mondo dell’adozione.

Complesso e variegato perché i fattori determinanti sono davvero molteplici: la storia dei genitori, la storia del bambino o dei bambini, la loro nazionalità, la loro età, il motivo per cui sono stati resi adottabili.

Non esistono storie semplici nell’adozione. Perfino l’adozione di un bambino lasciato in culla ha degli aspetti che potranno rivelarsi delicati: ad esempio in questi casi il bambino non potrà conoscere l’identità della madre naturale che partorisce in anonimato e crescerà con un, per quanto piccolo, buco nella storia della sua vita.

Buco che, nel caso di bambini resi adottabili in un’età in cui cognitivamente possono ricordare le proprie origini non esiste, per quanto esistano le ferite circa le motivazioni che ne hanno determinato l’adottabilità.

«Ci troviamo sempre di fronte un bambino con una doppia origine. L’origine della vita di una persona funziona come appartenenza. Un figlio adottivo ha una doppia origine, quindi una doppia appartenenza. […]  L’origine contiene la definizione del sé.  Un bambino crescendo inconsciamente risponde sempre alla propria origine, perché il bambino è una risposta. La crescita di un figlio si struttura come risposta ad un richiamo. […] la propria origine è il richiamo ad essere te stesso e ad imparare te stesso»[3]

Inoltre nessun tipo di adozione, fosse anche di un neonato, può cancellare il dato di fatto, per le coppie infertili, di non essere riusciti a diventare genitori in modo naturale.

I genitori biologici pertanto possono sempre essere presenti nella nuova famiglia che si costituisce nell’atto dell’adozione, anche se in modo fantasmatico.

Perché, avendo dato origine, il bambino è in relazione con loro, e se il bambino è in relazione con loro, anche i genitori che se ne prendono cura, hanno da confrontarsi ed entrare in questa relazione.

Poiché i genitori naturali ne determinano l’origine, è importante non solo che essi siano inclusi nella storia familiare, ma che la loro ridefinizione sia in termini positivi, perché il bambino possa pensarsi, nella sua doppia origine, in modo positivo. In tal modo si svia il pericolo di farlo sentire “abbandonato”, anziché “lasciato”, “tolto alla famiglia di origine”, anziché “messo in protezione”.

Tali questioni non sono meramente lessicologiche, ma contengono semi di definizione dell’esperienza.

«L’acquisizione della qualità di madre di padre si può fondare, oltre che sulla componente biologico-sostanziale, anche su dati giuridico-formali, come avviene nell’adozione.  La filiazione adottiva si basa sul rapporto simbolico tradizionalmente costruito in funzione del principio adoptio naturam imitat. L’adozione implica una scelta volontaria (ad-optio), un atto di autonomia dei soggetti aspiranti ad adottare e si perfeziona solo con il provvedimento giudiziale frutto di accurate valutazioni volte a verificare l’idoneità della coppia ad assumere la qualità di madre e di padre, sì  da assicurare la più adeguata tutela  del preminente interesse del minore»[4].

L’adozione rinviene il suo fondamento sul piano costituzionale che sancisce il diritto del minore ad una famiglia. Viceversa non esiste diritto assoluto della coppia ad avere figli, come è naturale che sia.

Da sempre nella storia, come già accennato, troviamo esempi di adozione di fatto, pensiamo a Mosè messo in salvo nelle acque, ma Romolo e Remo i fondatori di Roma allattati da una lupa, metafora della donna che si prese cura di loro.

Da sempre nella storia dell’umanità viene contemplata la possibilità di diventare genitori di un bambino nato da un’altra madre e da un altro padre. Filogeneticamente anche così nasce una famiglia adottiva,  nella convinzione che, come recita l’antico detto africano, ci voglia un’intera comunità per crescere un figlio[5].

Va inoltre tenuto conto del fatto che tra il vissuto pubblico che vede l’adozione come un’azione buona e quello privato e intimo che segna con paure il vissuto emotivo di un genitore adottivo, esiste talvolta uno iato, un solco che va colmato.

«Se a livello pubblico l’adozione si configura come una pratica che socialmente esprime il dispiegarsi dell’umanità stessa, a livello individuale potrebbe manifestarsi come una realtà scarsamente compresa nella sua più intima essenza a causa delle perplessità, delle preoccupazioni, delle ansie e dei timori vissuti dalla famiglia che adotta. Tale contrasto tra livello pubblico e privato assume ancora più rilevanza nel momento in cui si abbandona la teoria per immergersi nella pratica, ovvero nella quotidianità in cui si trovano coinvolti i nuovi genitori.»[6].

[1] A. Oliviero Ferraris, Il cammino dell’adozione, Rizzoli, Milano, 2002, p.69.

[2] M. Mastella, Sognare e crescere il figlio di un’altra donna, Edizioni Cantagalli, Siena, 2009, p.27.

[3] Cfr. D. N. Stern, Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 2009.

[1] A. Oliviero Ferraris, Il cammino, p.16.

[2] A. Oliviero Ferraris, Il cammino dell’adozione, p.17.

[3] V. Maioli Sanese, Come figlio, pp.148-149.

[4] R. Tommasini “Maternità/paternità”, in G. Russo, Enciclopedia di bioetica e sessuologia, pp.1124-1125.

[5] V. Maioli Sanese, Come figlio, pp.175-177.

[6] K. Bagnato, L’adozione internazionale: implicazioni pedagogiche, da

http://rivistedigitali.erickson.it/educazione-interculturale/archivio/vol-13-n-1/article/ladozione-internazionale-implicazioni-pedagogiche/ (in data 14/04/2019).

 

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