Un’esperienza intensa e autentica con AIAT
Ci sono incontri che restano semplicemente “eventi formativi” e altri che diventano esperienze umane capaci di lasciare tracce profonde.
Il webinar organizzato da AIAT è stato, per me, proprio questo: uno spazio vivo di riflessione, confronto e condivisione sul legame tra sport, identità e crescita personale.
Sono stata davvero felice di poter portare il mio contributo all’interno di un contesto così accogliente e stimolante,alla presenza della collega e amica Fabiola Santicchio — che ringrazio con affetto e stima — e alla preziosa moderazione del collega Mario Augusto Procacci.
Il titolo dell’incontro, “Tra prestazione e identità: leggere lo sport con l’Analisi Transazionale”, nasceva da una domanda provocatoria ma necessaria:
siamo davvero sicuri che prestazione e identità siano due mondi separati?
Spesso viviamo la performance come qualcosa che definisce il valore personale: vinco, quindi valgo; sbaglio, quindi fallisco.
Eppure, proprio attraverso l’Analisi Transazionale, abbiamo provato a esplorare una prospettiva diversa: la prestazione non è separata dall’identità, ma ne rappresenta una parte, una manifestazione, un linguaggio.
Lo sport come spazio simbolico
Durante il webinar abbiamo attraversato insieme alcuni dei concetti fondamentali dell’Analisi Transazionale — Stati dell’Io, Posizioni Esistenziali e Copioni — osservandoli dentro il mondo dello sport.
Lo sport, infatti, è molto più di un risultato.
È un luogo simbolico potentissimo, dove si intrecciano emozioni, bisogni, riconoscimento, appartenenza, paura, desiderio di riuscire e costruzione di sé.
Gli atleti diventano modelli nei quali proiettiamo sogni, ideali e fragilità.
Basta pensare ai poster nelle camerette, ai miti sportivi della nostra adolescenza, a quanto una vittoria o una sconfitta possano toccare corde profondissime anche in chi osserva da fuori.
In questo senso, Sport e Analisi Transazionale parlano una lingua molto simile: entrambe cercano di comprendere ciò che accade nelle relazioni, nei sistemi e nella costruzione dell’identità.
Dalle Olimpiadi alla salute mentale
Uno dei passaggi più significativi dell’incontro è stato il riferimento al cambiamento culturale avvenuto negli ultimi anni rispetto alla salute mentale nello sport.
Le Olimpiadi di Tokyo hanno segnato una svolta importante: molti atleti hanno iniziato a raccontare pubblicamente le proprie fragilità, il peso della pressione, il lavoro psicologico dietro la performance.
Atleti come Simon Biles e la sua sceòta di rinunciare a molte finali dell’Olipiade come ginnasta per prendersi cura della sua salute mentale o il nostro Marcell Jacobs che dichiara l’importanza del lavoro su di sè in quella vittoria, hanno contribuito a rompere un tabù, mostrando che dietro una medaglia esiste una persona con una storia, emozioni e ferite da integrare. “La persona oltre l’atleta”, usiamo questa felice espressione.
Questo ha permesso di aprire uno spazio nuovo: uno sport più umano, più autentico, più consapevole.
Il contributo di Andrea Nespoli: stati dell’Io e performance sportiva
Un passaggio particolarmente interessante del webinar è stato anche il riferimento al lavoro di Andrea Nespoli, che negli anni ha approfondito il legame tra Analisi Transazionale e performance sportiva attraverso la lettura degli Stati dell’Io.
Il suo contributo aiuta a comprendere come la prestazione atletica non dipenda soltanto dalla preparazione tecnica o fisica, ma anche dall’equilibrio dinamico tra le diverse parti interne della persona.
Nel contesto sportivo, infatti:
- il Genitore rappresenta l’insieme di regole, disciplina, valori, limiti e messaggi interiorizzati. Può sostenere l’atleta attraverso struttura e responsabilità, ma può anche diventare molto critico e pressante;
- l’Adulto è la parte che analizza la realtà, legge la situazione di gara, gestisce strategia, concentrazione e problem solving;
- il Bambino porta invece energia, spontaneità, creatività, intuizione e piacere del gioco, ma anche vulnerabilità emotiva e bisogno di riconoscimento.
Secondo questa lettura, una performance efficace nasce proprio dalla possibilità di integrare armonicamente questi Stati dell’Io, senza che uno prevalga rigidamente sugli altri.
Pensiamo, ad esempio, a quanto sia importante per un atleta mantenere un Adulto lucido nei momenti decisivi della gara, senza però perdere l’energia vitale e intuitiva del Bambino Libero. Allo stesso tempo, un Genitore benevolmente normativo può offrire contenimento e direzione, evitando però derive ipercritiche che rischiano di compromettere autostima e fiducia.
Questo modello diventa estremamente utile anche nel lavoro con allenatori e staff tecnici, perché permette di leggere non solo la prestazione, ma anche il clima relazionale e comunicativo dentro cui la performance prende forma.
Dalle dinamiche degli stati dell’Io alle posizioni esistenziali
All’interno del webinar, il riferimento al lavoro di Andrea Nespoli sugli Stati dell’Io e sport ha rappresentato per me anche una naturale base di partenza per approfondire un altro tema centrale dell’Analisi Transazionale: quello delle posizioni esistenziali.
In un certo senso, il mio intervento si è collocato proprio come una prosecuzione ideale di questo lavoro dentro l’AT applicata allo sport.
Se infatti il modello degli stati dell’Io permette di comprendere come l’atleta funziona internamente — tra regole, emozioni, strategie e spontaneità — le posizioni esistenziali aiutano a comprendere da dove l’atleta vive sé stesso, l’altro e la relazione con la performance.
La domanda, quindi, non è soltanto:
“Quale stato dell’Io è attivo in questo momento?”
ma anche:
“Con quale percezione di sé e dell’altro sto entrando in gara?”
È qui che le posizioni esistenziali diventano uno strumento estremamente potente nella lettura psicologica dello sport.
La posizione “Io sono ok, tu sei ok” rappresenta quella condizione in cui l’atleta può vivere la competizione senza mettere continuamente in discussione il proprio valore personale. La gara diventa esperienza di crescita, confronto e apprendimento.
Al contrario, nella posizione “Io non sono ok, tu sei ok”, la performance rischia di trasformarsi in una continua ricerca di validazione esterna: vincere significa sentirsi degni, perdere significa confermare un senso di inadeguatezza.
Nella posizione “Io sono ok, tu non sei ok”, invece, la sicurezza personale può poggiare sulla svalutazione dell’altro, attraverso atteggiamenti di superiorità o ipercompetitività che spesso nascondono fragilità profonde.
Infine, nella posizione “Io non sono ok, tu non sei ok”, emerge una perdita di fiducia sia in sé che nell’ambiente, con vissuti di sfiducia, disinvestimento e, nei casi più estremi, comportamenti autodistruttivi o privi di senso etico.
Questa prospettiva permette di leggere la prestazione sportiva non soltanto come un fatto tecnico o mentale, ma come un luogo in cui identità, relazioni e copione di vita diventano visibili.
Roberto Baggio e il valore dell’errore
Uno dei momenti più emozionanti del webinar è stato l’approfondimento simbolico sul rigore di Roberto Baggio nella finale dei Mondiali del 1994.
Quel pallone calciato alto non rappresenta soltanto un errore sportivo: rappresenta il peso delle aspettative, il dialogo interno, la paura di deludere, il rapporto tra prestazione e valore personale.
Eppure, culturalmente, l’Italia non ha ridotto Baggio a quell’errore.
Anzi: proprio lì nasce ancora di più il mito del Divin Codino.
Questo ci insegna qualcosa di profondamente umano:
si può restare “ok” anche quando si sbaglia.
Ed è forse uno dei messaggi più importanti che possiamo portare non solo nello sport, ma nella vita e nelle relazioni educative, terapeutiche e professionali.
Lo sport come luogo di crescita
Il webinar si è concluso con una riflessione che sento ancora molto viva dentro di me:
la performance può diventare un luogo di espressione autentica di sé, non soltanto uno spazio di giudizio.
Come terapeuti, educatori, allenatori o professionisti della relazione, possiamo aiutare le persone a passare dalla sopravvivenza alla scelta, dalla paura alla consapevolezza, dalla ricerca di approvazione all’autenticità.
Lo sport, allora, smette di essere solo competizione e diventa un laboratorio di crescita personale, autonomia e trasformazione.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, il dialogo tra Stati dell’Io e Posizioni Esistenziali apre possibilità estremamente fertili per il lavoro clinico, educativo, organizzativo e sportivo: aiutare l’atleta non solo a performare meglio, ma a restare in contatto con il proprio valore anche dentro l’errore, la pressione e il limite.
Perché il vero obiettivo non è costruire atleti perfetti, ma persone capaci di abitare la performance senza perdere se stesse.
E forse è proprio questa la domanda più importante che ci siamo lasciati alla fine dell’incontro:
Cosa resterà, tra dieci anni, di ciò che abbiamo vissuto oggi?
Io credo che resterà il valore dell’umano.
You must be logged in to post a comment Login