Educazione
Mamma, hai preso l’aereo
La storia vera del bambino lasciato solo in aeroporto
“Mamma, hai preso l’aereo!”
Sembra il sequel del fortunatissimo film che da decenni ci accompagna a Natale, amato da bambini di ogni generazione.
E invece è l’estrema sintesi di una storia accaduta qualche giorno fa a Barcellona, in aeroporto.
I fatti
Una famiglia composta da madre, padre, un bambino di 10 anni e un fratellino più piccolo si trova in aeroporto in attesa di prendere un volo intercontinentale per il Marocco.
Il passaporto del figlio maggiore, di 10 anni, è scaduto e il visto non risulta effettuato.
Ma i genitori non intendono rinunciare alle vacanze: chiamano un parente e lasciano il bambino al gate.
La cosa sconvolge Lilian, un’assistente di terra, che dichiarerà:
“Come assistente ne ho viste tante, ma questa era surreale.”
Viene allertata la sicurezza a terra. Poco dopo il decollo, il comandante dell’aereo chiede se qualcuno tra i presenti ha lasciato un minore incustodito a terra.
I genitori non rispondono.
Così l’hostess è costretta a prendere la lista dei passeggeri per capire di chi si tratta.
L’aereo torna indietro.
Ad attendere i genitori c’è una volante della polizia, che li accompagna direttamente in commissariato, dove il bambino di 10 anni è stato preso in custodia.
Lo smarrimento
Ecco, forse ora ti sentirai smarrito e avrai bisogno di rileggere un po’ le righe precedenti. Penserai:
“Forse non ho ben capito.”
Questo senso di confusione e smarrimento ha preso anche me, che a una prima lettura dei fatti ho deciso di approfondire.
Ma questa confusione è altresì frutto di quell’assurdo abbandono.
Lo smarrimento: nel senso di non avere punti di riferimento.
L’angoscia, la paura, la rabbia.
La mia, la tua, quella del personale, quella degli altri passeggeri, quella di quel bambino.
“Mamma, hai preso l’aereo!”, si sarà detto.
Voglio sviare il pericolo di mettere sulle labbra di quella creatura il mio pensiero e pensare allo sportello dietro al gate che si chiude e a quella solitudine che avrebbe abitato me o chiunque si fosse trovato in quella posizione.
Il pensiero del bambino
Una cosa importante da sottolineare è che il bambino non pensa come un adulto.
Non ha ancora ben chiara la distribuzione dei confini tra sé e l’altro, tra responsabilità e colpa.
A 10 anni, il bambino è nella fase evolutiva che Piaget definisce “operatoria concreta”.
Cosa vuol dire?
Che è in grado di ragionare logicamente su oggetti concreti e situazioni reali.
Comprende concetti come conservazione, classificazione, seriamento e reversibilità.
Inizia a superare il pensiero egocentrico tipico degli stadi precedenti, ma non è ancora in grado di pensare in modo astratto o ipotetico, ciò avverrà nello stadio successivo.
Tuttavia, quando si costituisce un trauma, il bambino può regredire temporaneamente.
È possibile che a 10 anni si sia potuto attribuire la colpa del suo essere rimasto a terra, con pensieri del tipo:
“Non valgo abbastanza da far restare almeno uno di loro qui con me”, come sintesi del pensiero egocentrico, non nel senso di narcisistico, ma di autoriferito.
Attaccamento: la base sicura
Parliamo pertanto di attaccamento, ovvero quel legame tra genitore e figlio che è il pilastro su cui si costruisce il senso di fiducia in sè, negli altri, nel mondo.
È quella “base sicura” che permette al bambino di esplorare, crescere, formare relazioni, ma soprattutto di sapere che, qualunque cosa accada, il genitore c’è.
Un episodio come quello raccontato – che può sembrare un’eccezione o un errore temporaneo – può in realtà avere conseguenze profonde sulla relazione genitore-figlio:
- Insicurezza relazionale: il bambino potrebbe iniziare a dubitare del fatto che le persone a cui vuole bene ci saranno sempre per lui.
- Ansia da separazione: dopo un abbandono percepito, può sviluppare ansia intensa ogni volta che si separa dai genitori, anche per brevi periodi.
- Autosvalutazione: sentirsi “non meritevole” di essere accompagnato o protetto può minare l’autostima.
- Difficoltà nell’empatia: se chi dovrebbe garantire amore e cura compie un gesto percepito come “freddo”, il bambino può interiorizzare modelli relazionali distanti, svalutanti.
Spesso ci si illude che, crescendo, un bambino dimentichi.
Ma la memoria emotiva è potente, corporea e resta: anche se non passa dalle parole, anche se può entrare in un periodo di latenza.
Quel bambino potrà anche non raccontare l’episodio, potrà giustificare i suoi genitori con un “non avevano scelta”, potrà persino ridere di quella volta che “mi hanno lasciato all’aeroporto”.
Ma dentro, la ferita dell’abbandono può restare silente e riattivarsi nei momenti critici della vita:
un addio, una rottura, un fallimento, un litigio, un nuovo aereo da prendere, una nuova fase da affrontare.
Esiste la riparazione
Tuttavia, esiste la riparazione.
Io credo fortemente in questo processo.
Essa richiede un percorso di consapevolezza che deve investire innanzitutto i genitori.
Esistono spazi in cui questa ricostruzione è possibile.
Questi spazi passano anche dalle narrazioni delle storie.
Avrei almeno un milione di domande da fare a quei genitori.
Non per accusare, ma per comprendere da quali premesse un genitore può compiere scelte come quella.
Penso all’annebbiamento dell’ansia che tanto invade i nostri aeroporti e che investe le partenze di significati impliciti profondi, angoscianti, archetipici.
Penso alle precedenti storie di abbandono transgenerazionale.
Penso al valore dato al denaro o allo status di chi parte e posta viste mozzafiato e una vita patinata e meraviogliosa.
Penso a un possibile dialogo tra il genitore e il bambino:
un dialogo di spiegazione, di richiesta di perdono, di validazione di tutte le emozioni.
Penso al dialogo tra il Genitore e il Bambino, con la lettera maiuscola: a indicare quel dialogo interno da rieducare nei protagonisti di questa vicenda.
La parte genitoriale interiorizzata che invita a esprimersi,
quella del Bambino interiore che parla.
I bambini imparano soprattutto da come li trattiamo nei momenti difficili.
Non serve essere genitori perfetti, non ne esistono.
Ma serve essere presenti, coerenti, disposti a rimanere anche quando costa, disposti a chiedere scusa senza temere che venga intaccata la nostra autorevolezza.
Servono genitori consapevoli, che sappiano quali attribuzioni fanno i figli sulle loro azioni.
Perché alla fine,
il messaggio più importante che possiamo dare a un figlio è:
Non ti lascio solo.
Nemmeno quando è scomodo.
Nemmeno quando è complicato.Se fossi stata presente lì, se fossi stata Lilian, avrei accarezzato e trattato con delicatezza estrema e gentilezza quel bambino, gli avrei chiesto il suo pensiero circa i fatti, le sue emozioni e certamente gli avrei detto che credo che dagli errori possono nascere nuove splendide opportunità, ma che questo richiede impegni, fiducia e tanti adulti che credono in te!
Ciao, mi chiamo Francesca di Sipio e sono l'ideatrice di questo portale web. Sono una psicologa clinica, psicoterapeuta, analista-transazionale ad approccio integrato, psicologa dello sport. Il mio studio è sul territorio di Chieti-Pescara. Mi trovi sui social, sulla mail ma soprattutto al 3477504713








You must be logged in to post a comment Login