Ho partecipato alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 come psicologa presso il Policlinico di Bormio. Insieme a un gruppo di colleghi sanitari motivati, competenti e straordinariamente allegri, abbiamo offerto un soccorso completo e professionale a tutta la “family olimpica”.
Una parola, “family”, che racchiude un universo.
Atleti, staff, volontari, federazioni. Corpi allenati allo stremo e menti tese verso un obiettivo. Mani che curano, organizzano, sostengono. Sguardi che cercano concentrazione, conforto, conferme.
Le Olimpiadi non sono solo competizione. Sono un intreccio intenso di mondi e di storie.
E dentro ogni storia, migliaia di altre storie.
La premiazione dello sci alpinismo
Sabato ho assistito alla premiazione dello sci alpinismo.
Ho pianto.
L’energia dentro quella venue era altissima, vibrante, quasi palpabile. Non era solo entusiasmo: era il compimento di anni di sacrifici invisibili. Era la somma di paure attraversate, di infortuni superati, di allenamenti solitari all’alba. Era il lavoro mentale silenzioso che accompagna ogni atleta nel dialogo costante con il proprio limite.
Ho ascoltato racconti di dolore fisico e di disciplina, di gioie trattenute e di lacrime liberate. Ho percepito quella tensione intensa e traboccante che precede ogni grande traguardo. E in quel momento ho sentito con chiarezza quanto la dimensione psicologica sia intrecciata, in modo indissolubile, alla performance e alla vita.
Il contrario della guerra
Lo storico Erik Larson scriveva che il contrario della guerra non è la pace, ma la creazione.
Le Olimpiadi incarnano profondamente questa idea.
Sono il contrario della guerra non perché eliminino il conflitto, ma perché lo trasformano, lo sublimano, fino a trascenderlo. Persone, culture e nazioni diverse si incontrano e si confrontano con una certezza nuova: l’avversario non è il nemico. È il fratello da cui impari a lottare. È la sorella sulla quale impari a misurarti.
La competizione diventa generativa.
Crea rispetto.
Crea crescita.
Crea legami.
In quei giorni ho visto la potenza dell’incontro: tra discipline, tra lingue, tra storie personali. Ho visto come la tensione possa diventare energia costruttiva, come la fatica possa diventare significato, come il limite possa diventare soglia sulla quale incontrare se stessi o l’altro.
Il privilegio di esserci
Il vibrante rintocco nel mio cuore echeggerà a lungo.
Penso che un giorno racconterò a mia figlia e ai miei nipoti il grande onore che mi è stato concesso. Racconterò di quando ho visto il mondo incontrarsi non per distruggere, ma per creare. Racconterò della responsabilità e della bellezza di prendersi cura, in un contesto dove ogni emozione è amplificata.
E nel farlo, insegnerò a sognare e a fare.
Perché ciò che produciamo ci eleva.
Ci mette in relazione.
Diventa incontro.
Nasciamo da un incontro.
Viviamo nell’incontro.
E quando l’incontro è autentico, si trasforma in un abbraccio di fratellanza e gioia che ho imparato a chiamare olimpismo.
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