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Il fenomeno degli Hikikomori tra Giappone e Italia

Esiste un fenomeno ancora poco conosciuto in Italia, quello degli Hikikomori, di ragazzi che, in autoesilio, prendono le distanze dal mondo e, talvolta, anche da se stessi.

In questo articolo, molto più ricco e articolato di quelli che generalmente pubblico, ne traccio la storia e una piccola analisi, in un successivo, ci attarderemo sulle considerazioni e risonanze emotive del fenomeno.

Il nome giapponese esteso di tale sindrome “shakaiteki hikikomori”, ne colloca geograficamente l’individuazione. Il termine, diventato poi solo “hikikmori”, è derivato dalla fusione di due verbi (hiku e komoru) e significa letteralmente “tirarsi indietro”, “scomparire”.

I valori semantici dell’hikikomori e del suo termine possono essere tre:

  1. in primo luogo il termine può avere il significato di ritiro, rinuncia dalle relazioni sociali, poiché considerate dannose;
  2. in secondo luogo esso può arrivare a significare la reclusione nella stanza fino all’interruzione dei rapporti sociali;
  3. infine esso può essere considerato come l’allontanamento mentale dalla vita sociale.

Questo ultimo aspetto è il più preoccupante e difficile da recuperare, in quanto riguarda la compromissione delle abilità sociali.

Ad introdurre tale terminologia è il maggior esperto del fenomeno, lo psichiatra nipponico Saitō Tamaki nel 1998.

All’inizio col termine hikikomori individua un fenomeno generale, traducibile con “ritiro sociale”, in seguito è lo stesso psichiatra che ne trasla il referente, e il termine arriva a indicare i ragazzi che ne sono colpiti, un po’ come dire oggi “i socialmente ritirati”.

Una condizione diventata problematica negli ultimi venti anni [anni ’80-’90 n.d.t] che riguarda coloro che si rinchiudono nella propria casa e non partecipano alla vita sociale per minimo sei mesi ma che non sembrano soffrire di altri problemi psicologici preesistenti.

Il periodo cui ci si riferisce è quello della crescita economica degli anni ’80 con successivo avvento dell’informatizzazione. Probabilmente questo quadro comportamentale potrebbe essere ipotizzabile anche per i decenni precedenti, ma non essendoci evidenza e letteratura scientifica, si preferisce inquadrare tale fenomeno a partire da questo periodo.

Questo perché i media hanno fissato la propria attenzione su questo fenomeno a partire dagli anni 2000 in Giappone e solo negli ultimi anni in Italia.

Con hikikomori ci si riferisce a quanti compiono la scelta di ritirarsi in un luogo definibile come base sicura. Posto in una sorta di esilio volontario, perlopiù tra le mura della propria camera, per un periodo di molti mesi (almeno sei o addirittura anni), l’hikikomori sviluppa una sorta di avversione totale o parziale alle relazioni sociali e alle interazioni naturali con gli altri.

La frequentazione di ambienti pubblici, quali ad esempio la scuola o il lavoro, è ridotta al minimo fino ad essere assente. Nelle forme più gravi gli hikikomori riducono anche gli interscambi con i propri familiari. Essi talvolta arrivano a farsi passare i pasti attraverso la porta, evitando contatti con chiunque nella casa, comunicando con bigliettini lo stretto necessario.

Bisogna sottolineare come questi sintomi debbano escludere altri tipi di patologie presenti, come ad esempio la fobia sociale o la depressione.

Un’altra caratteristica degli hikikomori è la letargia. Può capitare che alcuni di loro per una volta al giorno o una volta settimana si avventurino di notte in uscite perlopiù verso supermercati aperti h 24 è il loro modo di fare bottino di quanto necessitano per la sopravvivenza. L’orario notturno gioca a favore per diverse ragioni: innanzitutto si incontrano meno persone e in secondo luogo è favorevole al mantenimento delle prolungate ore di sonno diurne.

Così si attiva un circolo vizioso, per il quale la vergogna di non essere ormai nessuno per la società alimenti il desiderio di non voler uscire, essi infatti

scelgono l’isolamento non per indulgenza verso se stessi, ma perché non vedono altra strada. Hanno bisogno di un certo “spazio libero” di fare, senza gli occhi indiscreti di estranei che giudicano costantemente. (…) L’unico spazio che possono controllare, pertanto, nella loro camera (M. ZIELENZIGER, Non voglio più vivere alla luce del sole: il disgusto per il mondo esterno di una nuova generazione perduta, Elliot Edizioni, Roma, 2008, p. 33).

Generalmente i soggetti colpiti hanno tra i quattordici e i trent’anni e sono per definizione i primogeniti o figli unici di famiglie benestanti con genitori laureati e buone opportunità economiche. Il più delle volte in queste famiglie il padreperiferico, poiché impegnato in ruoli dirigenziali che lo portano lontano dalla famiglia, mentre la madre casalinga si occupa della gestione del figlio e della casa.

Nel 90% dei casi questi giovani hikikomori sono di sesso maschile. Ad essi vengono richieste performance importanti, come, ad esempio, l’ammissione all’università prestigiose.

Essi sono soggetti a pressioni psicologiche circa la realizzazione scolastica prima e lavorativa poi da parte di genitori ambiziosi.

Secondo dati risalenti al 2017 e riportati la Repubblica il 4 maggio 2017 in Italia il numero di soggetti hikikomori è in crescita e si attesta intorno ai 120.000, punta dell’iceberg di un numero pari a 2 milioni di giovani accomunati dal fatto che nè studiano nè lavorano, cosiddetti “neet”.

La prolungata coabitazione con i genitori così presente in Italia è un elemento che favorisce lo svilupparsi di questo stile di vita dannoso.

Qualità come la scarsa aderenza alle imposizioni, ai ritmi, alle qualità socialmente condivise rendono i futuri hikikomori oggetto del fenomeno del bullismo. Hikikomori è bullizzato a causa della propria diversità, della propria insicurezza, della propria fragilità psicologica.

Probabilmente a causa del fatto che generalmente egli è figlio unico, di una madre che è troppo presente e servile nei suoi riguardi, l’hikikomori regge scarsamente il confronto con i pari, le cui umiliazioni rappresentano una vera e propria ferita narcisistica difficilissima da superare.

Come già detto l’esordio della vita verso lo stile hikikomori si esplica innanzitutto con il ritiro scolastico, generato anche dal clima competitivo che il giovane non riesce a reggere.

Talvolta l’unico contatto con gli altri il reso possibile attraverso la rete. In questo caso internet ha funzioni fondamentali per il minimo mantenimento di relazioni sociali per quanto virtuali esse siano.

Pertanto l’utilizzo della rete può essere definito un “sintomo” benevolo, capace di aprire varchi anche verso un possibile recupero, come vedremo in seguito.

Il mantenimento di un ruolo sociale, anche se virtuale, permette la conservazione di capacità relazionali importanti e che altrimenti andrebbero a deteriorarsi.

Una possibile strada risolutiva rispetto questo problema ad oggi sembra essere quella della psicoterapia da fare a domicilio, ad essa si possono affiancare anche le Cyboterapie, come, ad esempio, le consulenze psicologiche on-line.

Poichè questo tipo di comportamento coinvolge tutta la famiglia, anche la psicoterapia familiare può essere una soluzione da tenere a mente.

Una interessante soluzione adottata in Giappone è quella del “fratello in affitto”, che, detta così sembra un po’ triste, ma in realtà dentro questo tipo di iniziative c’è l’educazione peer to peer, in cui un ragazzo sensibile ma psicologicamente forte, affianca un suo coetaneo più vulnerabile, re- introducendolo in modo naturale alla socialità.

Dal mio punto di vista questo tipo di approccio funziona se, al di sopra di queste relazioni tra pari, ci siano adulti pronti a monitorarne l’andamento.

L’augurio e la forma di prevenzione più efficace, ne sono convinta, è, come sempre, la sensibilizzazione alla cura dell’altro, alla vicinanza, all’amicalità, alla cooperazione. A quel sentimento per il quale davvero, senza bisogno di “affitti” ci si senta fratelli in umanità.

 

BIBLIOGRAFIA

T. WATANABE, cit in C.Ricci, Narrazioni da una porta chiusa, Aracne Editrice, Ariccia, 2009.
S. TAMAKI, Hikikomori, adolescence without end [Shakaiteki hikikomori: owaranai shishunki], trad. di Jeffrey Angles, Minneapolis, The Universiy of Minnesota Press, 2013. C. RICCI, Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione, Franco Angeli, Milano, 2008. M. ZIELENZIGER, Non voglio più vivere alla luce del sole: il disgusto per il mondo esterno di una nuova generazione perduta, Elliot Edizioni, Roma, 2008.

M. N DE LUCA, Repubblica, 4 maggio 2017.
I. DIAMANTI, Repubblica, 4 giugno 2006, p. 1, Prima pagina. Z. BAUMAN, Modernità liquida, Editori Laterza, Firenze, 2011.

SITOGRAFIA

http://www.hikikomoriitalia.it/2013/04/hikikomori-e-internet-quali-sono-i.html

Photo courtesy of Davide Salvatore

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